San Gregorio Matese: A Casa di Zì Marco

01 settembre 2011

A Casa di Zì Marco

Ho imparato a riconoscerlo dal rumore del suo motocarro, quando si presenta davanti al cancello di casa mia e mi dice “chesto lo rai a patitu” (questo lo dai a tuo padre).  Si disfa così di tre o quattro caciocavalli racchiusi in un sacchetto di plastica. Non faccio neanche in tempo a chiedergli “quant’è” che lui accende già il motore e frettoloso se ne va; intuisco a malapena un “pò me la vero co patitu” (farò i conti con tuo padre).

Zì Marco è venuto spesso a casa mia ma non è mai voluto entrare. Mai un caffè, mai un “bicchierino”. All’apparenza mi è sembrato sempre burbero, introverso, ostile; ma una mezz’ora alla sua casella di Mentorfano (Monte Orfano) mi è bastata per ricredermi.

Ammocè, te porto addò zì Marco” (Andiamo, ti porto da zio Marco) – afferma mio padre; in un balzo calzo le scarpe e salto in macchina entusiasta. È sempre un piacere trascorrere un po’ di tempo a dialogare con un uomo anziano.

Percorriamo in discesa una lunga stradina tortuosa, Dio solo sa come fa a scendere e risalire con la sua ape. Parcheggiamo in un modesto prato, a sinistra un recinto con papere e galline, davanti la casa due cani ci fanno le feste, a destra un piccolo orticello coltivato con verdure variegate. Lo vedo rivoltare le zolle con la sua vanga, è il mese di giugno. Poi si ferma, resta impalato, riconosce mio padre ma non riconosce me. Appoggia la vanga al recinto che circonda l’orto, si sfila le scarpe sporche di terra, indossa delle pantofole e infine si avvicina. “Nicò” – saluta mia padre e poi mi guarda incuriosito. “Chesta è figliema” (questa è mia figlia) – gli dice mio padre e lui a sua volta ripete:”Ah chesta è figlieta!” (ah questa è tua figlia).

Quella che avevo sempre immaginato come una “casella” non lo è per niente, anzi è piuttosto ampia la casa di montagna dove zì Marco si dedica all’allevamento. Osservo l’aia e i suoi dintorni mentre lui e mio padre si dirigono verso l’interno. I cani mansueti si allontanano dopo pochi minuti, per concedersi momenti di riposo sotto alcuni alberi poco distanti. Le galline rumorose invece schiamazzano di continuo. Entro anch’io nella casella di zì Marco. Nei pressi dell’uscio, sulla parete destra, si trova un letto a una piazza, sul pavimento un paio di scarponi. Alla parete frontale sono disposte alcune credenze, poi un frigo bianco di vecchia età. Sulla parete sinistra un lavandino e un modesto piano cottura. Una finestra volge infine sull’aia e un antico camino adorna la stanza nel suo insieme. Sotto il soffitto vedo ovunque caciocavalli appesi, prosciutti e salsicce essiccate.

Signurì ma tu addò stai?” (signorina ma tu dove vivi) – mi chiede improvvisamente zì Marco. Sto per rispondergli ma mio padre mi anticipa, tentando, come meglio può, di raccontargli di me nella maniera più chiara possibile. Quando intuisce che non abito in montagna o in un piccolo paese, quando immagina che non ho cose genuine come d’abitudine in casa sua, cala sul suo volto un velo di dispiacere, e dopo un attimo di riflessione mi dice:”Lo vu lo burru?” (lo vuoi il burro).  “Chesto nonn’è comma a chelle schifezze che s’accattano a ri supermarche, chesto lo faccio ì, tutta rrobba genuina” (Questo non è come quelle schifezze che si comprano ai supermercati, questo lo faccio io, tutta roba genuina). Apre così il congelatore e tira fuori pezzi di burro congelato avvolti in carta velina, “tè, portatello” (tieni, portatelo) con il suo fare imperativo che già conoscevo quando mi affidava quel sacchetto ricolmo di caciocavalli. Mi racconta poi di sua moglie che gli cucina spesso la pasta al burro, con un po’ di formaggio grattugiato. E la pasta con il burro acquistato nei negozi non è buona come la pasta con il burro “suo”! Non posso fare altro che credergli , ovviamente, anche se lui continua a raccontarmi del modo sapiente e premuroso con cui produce formaggi, quasi a volermi convincere! Non sa zì Mario di quanto io sia già convinta della sua arte casearia.

Assicuratosi che io abbia preso il burro,  raggiunge mio padre all’altro angolo della stanza. Con un’antica bilancia manuale (ru velangione) inizia a pesare il formaggio scelto da mio padre per poi confezionarlo alla meglio. Fatti i conti ci accompagna verso la porta.

Saluto zì Marco con la speranza di non avergli lasciato un dispiacere troppo grosso. Ci allontaniamo in macchina e da lontano lo vedo indossare le stesse scarpe sporche di terra, riprendere la vanga e ricominciare a rivoltare le zolle, fedele al suo lieto e quieto vivere secondo i ritmi della natura.


2 commenti:

  1. Brava Silvana, la prossima volta che vai a trovare Zi Marcu, fatti raccontare qualche storiella, quelle cose che a San Gregorio vengono dette spesso e troppo spesso si dimenticano, storie di Janare, Orsi Menari, Streuni.... stuzzica i suoi ricordi, te lo immagini cosa può contenere quel cervello? Molte cose stiamo perdendo, forse tra qualche anno a San Gregorio non ci sarà più nessuno che leva ru malocchio. Antonio Ciampriello

    RispondiElimina
  2. bella storia considerando che zi marco e mio nonno

    RispondiElimina