San Gregorio Matese

10 marzo 2012

San Gregorio Matese: la grande nevicata 2012

<< foto di Miriam Gambella
La grande nevicata che ha interessato San Gregorio Matese lo scorso febbraio 2012 non si verificava probabilmente dalla fine degli anni ’60. Una tale condizione meteorologica, del tutto inattesa se si fa un confronto con le scarse nevicate degli anni passati, ha colto tutti di sorpresa, persino chi, per agricoltura e pastorizia, era solito trascorrere l’inverno sui monti del Matese.

Altrettanto insolito è stato l’effettivo cadere della neve. Il susseguirsi, per diversi giorni, di nevicate tranquille e regolari, negli anni passati era avvenuto solo in rari casi, poiché la neve era quasi sempre accompagnata da vento forte. È certamente per tale ragione se ai bordi delle strade abbiamo visto ergersi alti muraglioni di neve e, nei prati poco battuti, crearsi un manto soffice in cui molti non hanno esitato a tuffarsi. Tuttavia non sono mancate giornate con forti raffiche di vento che hanno spazzato via la neve per farla depositare sulle pareti delle case o lungo i bordi delle strade.

San Gregorio, così come altri comuni del Matese, ha dovuto fronteggiare la spiacevole situazione di disagio, causata dalla scarsa frequenza dei mezzi spazzaneve; le attività scolastiche inoltre sono state sospese non solo per l’impraticabilità delle strade ma anche e soprattutto per la presenza di una fitta coltre di neve che appesantiva i tetti delle scuole e che avrebbe potuto comportare ulteriori rischi. Sono ancora da stimare invece i danni che la neve ha causato all’allevamento e all’agricoltura. Sui monti del Matese, dove le condizioni meteorologiche sono state ancora peggiori, i ricoveri degli animali sono rimasti inaccessibili per intere settimane. Le strade fitte di neve, hanno costretto inoltre numerose famiglie di pastori a restare chiuse in casa. In alcuni casi si è reso infatti necessario l’intervento di aiuti via elicottero. Alquanto spiacevole la perdita di animali, costretti per lungo tempo senza cibo e senza acqua. La speranza è che si possa in qualche modo recuperare, seppure in parte, la perdita economica di un attività difficile e di per sé già faticosamente redditizia.

Nonostante i tristi avvenimenti che hanno caratterizzato la grande nevicata del febbraio 2012, il Matese ha saputo regalarci straordinari scenari paesaggistici. La maestria delle montagne innevate, il centro paese sommerso dalla neve, gli interventi di soccorso e il contributo dei cittadini: ogni foto ha raggiunto il cuore di tutti noi che increduli abbiamo ammirato l’atmosfera di un territorio che sempre ci commuove e che ancora oggi ci stupisce con l’inizio dello sciogliersi delle nevi.

Con il contributo fotografico di mio padre, di Miriam Gambella e Debora Iameo vi propongo alcuni degli scatti più significativi, affinchè il febbraio 2012 possa restare memorabile nel tempo.

FOTO DI NICOLA DI CRISTOFANO






FOTO DI MIRIAM GAMBELLA





FOTO DI DEBORA IAMEO





01 novembre 2011

Il Matese e i Prodotti della Terra

Limitarsi a descrivere il Matese dal punto di vista paesaggistico non è sufficiente a soddisfare la “voglia di conoscere” del viaggiatore più astuto, né tanto meno può saziare l’animo di chi del Matese ne sente fortemente la mancanza. Ecco perché, rileggendo il testo scritto qualche tempo fa (“Il Matese e la sua varietà di paesaggio”), ho capito di non aver fatto abbastanza e di non aver riservato a questo territorio la meritata attenzione. Oggi pertanto, dedico al Matese un nuovo testo, per parlare dei suoi frutti, quelli che per tanti anni hanno costituito la base dell’economia locale e che oggi, aimè, vanno via via scomparendo.

Bovini del Matese
Le antiche famiglie del Matese, solo fino a pochi anni fa, basavano la loro economia sull’allevamento e l’agricoltura. Due fonti di reddito non irrilevanti che, oltre a sfamare famiglie numerose, rappresentavano una reale fonte di guadagno per la popolazione locale. Esclusi i tempi più antichi (1° e 2° Conflitto Mondiale), quando in realtà il territorio del Matese era segnato da analfabetismo e povertà, il lavoro dei campi e la produzione casearia erano i principali impieghi per gli abitanti del posto, nonché la primaria fonte di sostentamento. Erano soprattutto le famiglie di San Gregorio Matese (ma anche dei paesi limitrofi, quali Castello e Piedimonte) ad essere particolarmente dedite a questo tipo di attività. Ancora oggi si crede erroneamente che i sarrocchi siano tutti pecorari. Magari fosse così! Non avremmo di che lamentarci. Purtroppo, con il diffondersi della società moderna, sia la pastorizia che l’agricoltura hanno subìto un duro colpo, tanto che, solo pochi allevatori hanno potuto tramandare questo tipo di attività fino ai giorni nostri.

Ovini del Matese
Era in primo luogo l’allevamento a favorire la maggior percentuale di introito economico. Ovini e bovini, ma anche suini ed equini consentivano una ricca produzione di carni e formaggi. Basti pensare alla salsiccia (la sauciccia), al prosciutto (ru prisuttu) ma soprattutto al caciocavallo (ru casicavagliu), alla caciotta (la maciotta), alla ricotta (la recotta), alla scamorza, alla stracciata, agli scamorzegli (piccoli caciocavalli) e alla ricca quantità di latte portata in paese dagli allevatori. Di questi ultimi ormai ne sono rimasti pochi e, sebbene il Matese continui ad essere il principale punto di riferimento per la produzione casearia, questa aimè non ripaga economicamente l’attività lavorativa svolta.

Le Patate del Matese
Per quanto riguarda l’agricoltura, il Matese, pur essendo territorio montuoso, dispone di estesi appezzamenti di terreno, particolarmente adatti alla coltivazione della patata, dei legumi e dei cereali. Fino a pochi anni fa infatti, ogni famiglia di San Gregorio Matese possedeva almeno un terreno in montagna e una casella (casetta di un solo piano, adibita a ripostiglio per gli attrezzi agricoli e il raccolto). Ancora oggi alcuni abitanti tramandano piccole attività agricole, soprattutto connesse alla coltivazione della patata. E c’è da dire che l’amore per i frutti della terra sopravvive anche in paese. Non è raro trovare infatti graziosi orticelli sparsi qua e là, dove si coltivano insalata, pomodori, cetrioli, fagiolini, zucchine, melanzane, e altre verdure a proprio piacimento. Il sapore è annoverato fra i più autentici e gustosi! Sarà l’amore per la terra che fa di questi frutti un saporito assaggio locale, sarà anche la particolare dedizione dei piccoli allevatori. È infatti giusto puntualizzare che è usanza piuttosto diffusa quella di concimare il terreno con il letame (lo rassu)! 

Utensili in legno del Matese
La produzione di piccola utensileria infine, era certamente attività quotidiana fino a pochi anni fa. La realizzazione di attrezzi da cucina in legno, ma anche sgabelli rivestiti con lana di pecora, era il passatempo preferito per numerosi uomini del posto. Ancora oggi, nelle case degli abitanti di San Gregorio Matese, non è raro trovare accanto al camino uno sgabello in legno (la cosiddetta cianghella). Di ogni forma, altezza e spessore, lo sgabello è parte integrante dell’arredamento di una casa. Solo alcuni uomini, per passione, tramandano la produzione di oggetti in legno. Peccato che siano veramente pochi, se non addirittura nulli, i giovani interessati a imparare questo tipo di attività artigianale.

Raccontare il Matese sin dalla sua antichità è impresa piuttosto semplice, sono infatti numerosi gli anziani di paese che fortunatamente possono ancora raccontare i tempi più antichi. Far rivivere lo splendore del Matese così come un tempo, è invece cosa assai difficile, soprattutto se si tenta di paragonare la frenetica società moderna all’umile lavoro nei campi di un tempo.


20 ottobre 2011

San Gregorio Matese fa la Differenza

Raccolta Differenziata a San Gregorio Matese

Partirà lunedì 24 ottobre 2011 la raccolta differenziata a San Gregorio Matese, una notizia tanto attesa che ha finalmente favorito un’atmosfera di soddisfazione fra la popolazione locale.

I cittadini di San Gregorio hanno dimostrato già in passato un profondo senso di responsabilità nei confronti di un così delicato tema - quale la tutela del territorio e il rispetto dell’ambiente - e sono pertanto più che pronti a mettere in pratica le loro capacità.

“Differenziamoci differenziando” questo il motto che accompagna l’inizio della raccolta e significativo è il logo che la rappresenta.

Ecco quindi l'ecocalendario... e che abbia inizio una sana e proficua raccolta differenziata.

Ecocalendario: Raccolta Differenziata a San Gregorio Matese

Proprietà immagini: Comune di San Gregorio Matese.

11 ottobre 2011

Il Dialetto Sarrocco

Dialetto di San Gregorio Matese
I sò
Tu sì
Issu è
Nua semmo
Vua sete
Issi sonno

I tengo
Tu tini
Issu tè
Nua tenemmo
Vua tenete
Issi tenno

Già dalla coniugazione degli ausiliari è divertente scoprire il particolare dialetto parlato a San Gregorio Matese, soprattutto se si pensa all’ausiliare “avere” che si trasforma nel verbo “tenere”. I soggetti invece, si distinguono decisamente dalle forme dialettali dei paesi limitrofi, per l’utilizzo della vocale “u” (issu, nua, vua). Se non si è originari del posto, una parlata simile suscita senza dubbio grande stupore!

Ricordo che, qualche tempo fa, venne ad abitare a San Gregorio una giovane donna inglese di nome Jahanna la quale, parlando con mia zia, chiese come mai in paese ci fosse l’abitudine di prolungare il “si” e il “no”. Mentre in inglese, per dire “yes” si è soliti dire anche “ye” o “ya”, nel dialetto di San Gregorio al contrario si dice “sìne” e “nòne” per dire “si” e “no”. :D :D

Altrettanto insoliti sono gli articoli determinativi e indeterminativi: 

il – lo – la – i – gli – le
che diventano
ri – lo/ru – la – ri – ri – le

così come:

un – uno – una
diventano
nu – nu – na.

Se nel primo caso la “L” viene sostituita il più delle volte dalla “R”, nel secondo caso gli articoli indeterminativi vengono abbreviati e invertiti (“un” diventa “nu”).

Analizziamo ora alcuni complementi di stato in luogo come:

dentro – fuori – su/sopra – sotto
che diventano
rendo – fore – ngoppa – sotta

una frase del tipo: “la chiave è sul tavolo” diventa in dialetto sarrocco “la chiave sta ngoppa a ru tavulinu” anche se nel dialetto più antico, la parola “chiave” si traduceva con “ciave”.

In effetti, anticamente, le parole inizianti con “ch” perdevano la “h” come ad esempio:

ciove”, oggi diventato “chiove”, per tradurre il termine “piove”;
          es. Fore chiove (Fuori piove)
ciagnute”, oggi diventato “chiagnute”, per tradurre il termine “pianti”;
          es. Quante chiagnute che m’aggio fatte! (quanto ho pianto!)
ciacciare”, oggi utilizzato nella forma italiana “chiacchiere”;
          es. Quanta ciacciare! (quante chiacchiere!)
ciovo”, oggi diventato chiovo”, per tradurre il termine “chiodo”;
          es. Passame nu chiovo (Passami un chiodo), ma anche “Sì proprio nu chiovo” per indicare una persona troppo insistente.

Il dialetto di San Gregorio fa invece più economia se si tratta di anteporre il pronome possessivo a un soggetto: 

tuo padre >> patitu
tua madre >> mammeta
tua figlia >> figlieta
tuo zio >> zietu
tua nonna >> nonneta
ecc. ecc.

Se invece si tratta di un oggetto la regola non funziona:

il tuo libro >> ru libbro tovo
la tua borsa >> la borza toa (o tova)
ecc. ecc.

Altrettanto entusiasmante è invece l’analisi dei termini alimentari:
lo pà >> il pane
      es. vaco accattà lo pà (vado a comprare il pane)
      notasi però che l’articolo “lo” diventa “ru” se si dice:
      vaco accattà ru paneglio re pà (vado a comprare una pagnotta).
Ru pretusinu >> Il prezzemolo
La basanicola >> il basilico
Ri purtuagli >> le arance
Ri paparuri >> i peperoni
ecc, ecc.

Anche la preposizione “da” viene spesso tradotta con “ra”:

es. isci ra coppa (passa da sopra)
oppure
isci ra sotta (passa da sotto).

Tra i termini che meritano di essere ancora menzionati vi sono:
ru ulìu >> la voglia
ru causittinu >> il calzino
ru riutone >> l’alluce o il pollice
la sparra o la mappina >> lo strofinaccio
ru rilorgio >> l’orologio
ru maccaturu >> il fazzoletto

…e tantissimi altri per i quali lascio ai miei compaesani il piacere di riportarli.


04 settembre 2011

Campitello Matese - Toccare con un dito i Monti Miletto e Gallinola

Comprensorio Sciistico Campitello Matese, provincia di Campobasso

Campitello Matese è una località situata in provincia di Campobasso (Molise) ed è parte integrante del comune di San Massimo. Geograficamente si presenta come un pianoro adagiato nel massiccio del Matese, dove si ergono, nelle immediate vicinanze, il Monte Miletto (2.050 metri s.l.m.) e la Gallinola (1.923 metri s.l.m.). Campitello Matese dista da San Gregorio Matese poco più di 30 km. 

Il territorio può contare su una varietà di paesaggio molto diversificata, basti pensare alla fitta vegetazione di bassa quota (circa 1.000 metri) che si alterna alla roccia nuda tipica delle cime d’alta quota (oltre i 2.000 metri). 

Campitello Matese è uno dei più importanti comprensori sciistici dell’Appennino Centro-Meridionale. Situato a 1.429 metri s.l.m., esso dispone di 7 impianti di risalita composti da 3 sciovie, 3 seggiovie e un nastro trasportatore che conducono direttamente a circa 40 km di piste da sci, adatte per esperti e principianti. Nello specifico a Campitello Matese ci sono 3 piste nere, 8 piste rosse e 2 azzurre accessibili grazie a moderni sistemi di sicurezza e alla presenza di personale esperto e qualificato. Oltre allo sci, qui è possibile praticare lo snowboard, il carving e il freestyle. In più, nelle zone poco battute dal turismo di massa, è possibile partire alla volta di piacevole escursioni e passeggiate sulla neve. 

Ma Campitello Matese è meta molto amata anche durante la calda stagione grazie al clima fresco e all’aria salubre che contraddistingue questa zona. Trekking, arrampicata, mountain bike, passeggiate a piedi o a cavallo, parapendio, tennis, calcio, pallacanestro e pallavolo gli sport che è possibile praticare a Campitello Matese. In più, da numerosi anni ormai, speleologi provenienti da ogni dove, studiano le numerose grotte e caverne presenti su tutto il territorio. Tra le più importanti, presenti nelle immediate vicinanze, sono da annoverare le grotte del Fumo e delle Caiole

Insomma d’estate come d’inverno, Campitello Matese è certamente una meta da visitare. Vale la pena di affrontare il viaggio anche solo per ammirare quello straordinario paesaggio che conduce direttamente sotto le cime Miletto e Gallinola: la prima alta e dominante; la seconda quasi sottomessa che ridente s’impone ugualmente con la sua tipica vegetazione a macchia.

Il Massiccio del Matese
La Gallinola nel Massiccio del Matese

01 settembre 2011

A Casa di Zì Marco

Ho imparato a riconoscerlo dal rumore del suo motocarro, quando si presenta davanti al cancello di casa mia e mi dice “chesto lo rai a patitu” (questo lo dai a tuo padre).  Si disfa così di tre o quattro caciocavalli racchiusi in un sacchetto di plastica. Non faccio neanche in tempo a chiedergli “quant’è” che lui accende già il motore e frettoloso se ne va; intuisco a malapena un “pò me la vero co patitu” (farò i conti con tuo padre).

Zì Marco è venuto spesso a casa mia ma non è mai voluto entrare. Mai un caffè, mai un “bicchierino”. All’apparenza mi è sembrato sempre burbero, introverso, ostile; ma una mezz’ora alla sua casella di Mentorfano (Monte Orfano) mi è bastata per ricredermi.

Ammocè, te porto addò zì Marco” (Andiamo, ti porto da zio Marco) – afferma mio padre; in un balzo calzo le scarpe e salto in macchina entusiasta. È sempre un piacere trascorrere un po’ di tempo a dialogare con un uomo anziano.

Percorriamo in discesa una lunga stradina tortuosa, Dio solo sa come fa a scendere e risalire con la sua ape. Parcheggiamo in un modesto prato, a sinistra un recinto con papere e galline, davanti la casa due cani ci fanno le feste, a destra un piccolo orticello coltivato con verdure variegate. Lo vedo rivoltare le zolle con la sua vanga, è il mese di giugno. Poi si ferma, resta impalato, riconosce mio padre ma non riconosce me. Appoggia la vanga al recinto che circonda l’orto, si sfila le scarpe sporche di terra, indossa delle pantofole e infine si avvicina. “Nicò” – saluta mia padre e poi mi guarda incuriosito. “Chesta è figliema” (questa è mia figlia) – gli dice mio padre e lui a sua volta ripete:”Ah chesta è figlieta!” (ah questa è tua figlia).

Quella che avevo sempre immaginato come una “casella” non lo è per niente, anzi è piuttosto ampia la casa di montagna dove zì Marco si dedica all’allevamento. Osservo l’aia e i suoi dintorni mentre lui e mio padre si dirigono verso l’interno. I cani mansueti si allontanano dopo pochi minuti, per concedersi momenti di riposo sotto alcuni alberi poco distanti. Le galline rumorose invece schiamazzano di continuo. Entro anch’io nella casella di zì Marco. Nei pressi dell’uscio, sulla parete destra, si trova un letto a una piazza, sul pavimento un paio di scarponi. Alla parete frontale sono disposte alcune credenze, poi un frigo bianco di vecchia età. Sulla parete sinistra un lavandino e un modesto piano cottura. Una finestra volge infine sull’aia e un antico camino adorna la stanza nel suo insieme. Sotto il soffitto vedo ovunque caciocavalli appesi, prosciutti e salsicce essiccate.

Signurì ma tu addò stai?” (signorina ma tu dove vivi) – mi chiede improvvisamente zì Marco. Sto per rispondergli ma mio padre mi anticipa, tentando, come meglio può, di raccontargli di me nella maniera più chiara possibile. Quando intuisce che non abito in montagna o in un piccolo paese, quando immagina che non ho cose genuine come d’abitudine in casa sua, cala sul suo volto un velo di dispiacere, e dopo un attimo di riflessione mi dice:”Lo vu lo burru?” (lo vuoi il burro).  “Chesto nonn’è comma a chelle schifezze che s’accattano a ri supermarche, chesto lo faccio ì, tutta rrobba genuina” (Questo non è come quelle schifezze che si comprano ai supermercati, questo lo faccio io, tutta roba genuina). Apre così il congelatore e tira fuori pezzi di burro congelato avvolti in carta velina, “tè, portatello” (tieni, portatelo) con il suo fare imperativo che già conoscevo quando mi affidava quel sacchetto ricolmo di caciocavalli. Mi racconta poi di sua moglie che gli cucina spesso la pasta al burro, con un po’ di formaggio grattugiato. E la pasta con il burro acquistato nei negozi non è buona come la pasta con il burro “suo”! Non posso fare altro che credergli , ovviamente, anche se lui continua a raccontarmi del modo sapiente e premuroso con cui produce formaggi, quasi a volermi convincere! Non sa zì Mario di quanto io sia già convinta della sua arte casearia.

Assicuratosi che io abbia preso il burro,  raggiunge mio padre all’altro angolo della stanza. Con un’antica bilancia manuale (ru velangione) inizia a pesare il formaggio scelto da mio padre per poi confezionarlo alla meglio. Fatti i conti ci accompagna verso la porta.

Saluto zì Marco con la speranza di non avergli lasciato un dispiacere troppo grosso. Ci allontaniamo in macchina e da lontano lo vedo indossare le stesse scarpe sporche di terra, riprendere la vanga e ricominciare a rivoltare le zolle, fedele al suo lieto e quieto vivere secondo i ritmi della natura.


27 agosto 2011

Il Canyon del Matese: da Valle Orsara a Valle dell'Inferno

Il Canyon del Matese, la Valle dell'InfernoPoco distante da San Gregorio Matese, nel comune di Castello del Matese, è possibile fare una straordinaria escursione a piedi che da Valle Orsara (ca. 404 metri s.l.m.) conduce in uno dei luoghi più selvaggi del Matese, la Valle dell’Inferno (775 metri s.l.m.) .

Per raggiungere in auto il punto in cui ha inizio il sentiero, è necessario seguire le indicazioni per l’agriturismo “Le Pastene”. Imboccata la stradina asfaltata e raggiunto l’agriturismo, proseguire ancora per circa 1,5 km fino a raggiungere la cosiddetta fontana dei monaci, dove è necessario lasciare la macchina.

Prima di incamminarsi è consigliabile indossare scarpe da trekking o scarpe con suola di gomma; da Valle Orsara a Valle dell’Inferno le temperature tendono a diminuire poiché la profonda insenatura, solo in alcuni punti è raggiunta dal sole. Inoltre i telefoni cellulari hanno scarsa ricezione. Se non si è esperti escursionisti, è opportuno farsi accompagnare dai conoscitori della zona.

Le More a Valle dell'Inferno
Il percorso inizia leggermente in salita, tutt’intorno è una vasta distesa di more (l’escursione ha avuto luogo nel mese di agosto). In generale una fitta vegetazione caratterizza questo tratto introduttivo, proseguendo per tutta la Valle Orsara fino all’ingresso della Valle dell’Inferno. I fitti cespugli, fiori ed erbe non nascondono del tutto quella indistinguibile roccia calcarea dove l’acqua ne ha più volte modellato l’aspetto. Il sentiero si divide in due, per poi ricongiungersi subito dopo, quello di sinistra è più agevole, sebbene non sia contrassegnato dalle indicazioni del CAI (Club Alpino Italiano). Lungo il percorso numerosi escrementi di animali, probabilmente allo stato brado. Di tanto intanto cumuli di roccia sgretolata, ora ricoperti di erba, ora scoperti, poiché di recente formazione. Si raggiunge così un ampio pianoro contraddistinto da una variegata vegetazione, ai cui bordi si estende un fitta faggeta: è il pianoro delle Grassete (630 metri s.l.m.).

Pinteme Jonte a Valle dell'Inferno
Qui è possibile fare una sosta prima di proseguire verso la Valle dell’Inferno. Si percorre un breve tratto di fitto bosco fino a raggiungere un abbeveratoio per gli animali in penombra. Da qui in poi la vegetazione va via via diramandosi, poiché ha inizio una profonda insenatura nella roccia che solo in alcuni punti è raggiunta dalla luce del sole. Si oltrepassa una briglia di cemento, quella costruzione muraria presso la quale si depositano i detriti, comunemente trasportati da un fiume o da un torrente. Il percorso in effetti si dirama proprio sul letto di un torrente, le cui acque abbondano solo d’inverno. Esso può fungere da punto di riferimento per evitare di perdersi. Si supera così una seconda briglia e proseguendo si raggiunge il punto più suggestivo della Valle dell’Inferno, le cosiddette “Pinteme Jonte” ovvero pareti di roccia unite. Qui, la forte influenza dell’acqua e dei rigidi periodi invernali hanno favorito il modellarsi della roccia fino a creare un vasto canyon dalle forme bizzarre. Si ha un senso di disorientamento e perdita di equilibrio se solo si alzano gli occhi al cielo ma tentare può risultare alquanto soddisfacente visto che in questo punto nidificano ancora alcuni esemplari di aquila reale.

Altre foto a Valle dell'Orsara e a Valle dell'Inferno.

Valle dell'Inferno a Castello del Matese
Vegetazione a Valle Orsara
La Valle dell'Inferno, il Canyon del Matese
Vegetazione a Valle Orsara
Vista di San Gregorio Matese dalla Valle dell'Inferno
Briglia a Valle dell'Inferno, nel Matese
La Valle dell'Inferno, il Canyon del Matese
Vegetazione a Valle dell'Inferno

Contributo fotografico delle "Pinteme Jonte" di Assunta Caso